Castello di Baiso

Il Signore dei calanchi

Il castello di Baiso si erge maestoso sullo spartiacque delle valli del Secchia e del Tresinaro, nell’ampia cornice dei calanchi che lo difendono con le loro creste argillose prima di affidarlo al verde rigoglioso del grande parco che lo circonda tutto intorno. L’antico fortilizio che la tradizione vuole innalzato dai Da Canossa e precisamente da Alberto Atto, padre di Matilde, si è trasformato nel tempo in una splendida residenza aristocratica, di gusto quasi “rinascimentale” che mantiene tuttavia nell’impianto monumentale col recinto e la torre merlata, i caratteri della fortezza medievale.

Proprietà e sede dei Da Baiso, feudatari del luogo e vassalli dei Da Canossa, divenne poi possesso dei Fogliani (dal 1256 al 1426) e oggetto di uno strenuo assedio da parte del Comune di Reggio che ne voleva fare un piccolo caposaldo “democratico”: era il 1322 e la ventata libertaria dei Comuni si spingeva verso la montagna lasciando nelle terre di Baiso i primi segni; i reggiani infatti si rafforzarono a Castelvecchio e sulla strada che scendeva nella vallata del Lucenta.

Per cento anni ancora il castello, (con la sua chiesetta dedicata a San Nicolò) fu al centro delle contese fra Fogliani Guelfi e Fogliani Ghibellini, i quali si allearono con gli Estensi che stavano occupando la montagna reggiana e nel 1433 la bianca aquila Estense con Nicolò III con il suo presidio di soldati, divenne signora del castello.

Come per gli altri castelli della montagna reggiana anche Baiso ebbe allora il suo “Podestà e i suoi gloriosi Statuti”.

Le terre di Baiso rimasero “estensi” per molti secoli (tranne una breve parentesi di giurisdizione pontificia nelle mani di Domenico Amorotto) anche se concesse in feudo ad altri Signori: fra questi Ippolito Pagano ferrarese, poi deposto, perché aspro e prepotente, tanto che i sudditi ottennero dal Signore Estense la promessa che non avrebbe più infeudato Baiso e che sarebbero stati retti solo da un Podestà del luogo.

Si fecero avanti qualche decennio dopo a chiederne l’investitura i Marchesi di Levizzano cui Baiso fu annesso non senza contrasti nel 1624 nelle cui mani rimase secondo le regole dell’eredità con qualche fatica tanto che Modena volle garanzie dai nuovi Signori che “gli Huomini di Baiso sarebbero stati trattati come gli Huomini di Levizzano”.

Nel 1796 la ventata napoleonica e la Repubblica Cispadana abolirono i Feudi ed esautorarono i Signori: è la libertà e Baiso diventa cantone libero per otto anni fino a quando nel 1803 la nuova legge della Repubblica italiana restituisce il castello “con le sue Regioni e le sue pertinenze” ai proprietari di un tempo. Si apre un contenzioso fra questi e il Comune di Baiso che ne rivendica la proprietà, ma il castello torna ai Levizzani finché la Marchesa Elena lo porta in dote al marito, il nobile reggiano Francesco Cugini. Da lui lo acquista, nel 1903 il Sen. Adolfo Venturi che gli restituisce in parte la fisionomia originaria. Dopo essere stato per alcuni anni possesso del Comune di Guastalla che ne aveva fatto una colonia estiva per i bambini, viene finalmente acquistato da Pietro Bianchi, critico e regista che insieme alla moglie ne ha curato e valorizzato ogni aspetto, facendone per anni la sua dimora e restituendogli vita e bellezza.

Baiso, “Basigium” come ci dicono i documenti fin dal 954 dopo Cristo con i suoi borghi dai toponimi antichi che fanno pensare ad altrettanti luoghi fortificati (Castelvecchio, Castellaro, La Villa ecc…), coi suoi ”Homines” citati nel “Liber Grossus”, e nel “Liber Focorum” (il libro dei fuochi ovvero dei capi famiglia), che ci rendono ragione dei cognomi di oggi; con le loro pertinenze che troviamo citate nelle carte del Monastero di Marola (Villa Liviciano, citata in una pergamena del 1144).

Coi suoi uomini importanti: a partire da un Raimondo Da Baiso citato al seguito della Contessa Matilde nel 1104, a Guido Da Baiso celebre canonista che troviamo insegnante a Bologna attorno al 1304 i cui scritti si intrecciano con la vita e le opere di Papa Bonifacio VIII.

E ancora gli artisti intagliatori che venivano chiamati “fabri lignamini”, da Baiso chiamati ad operare nel ferrarese e a Bologna San Petronio.

Per venire in tempi più recenti alla figura di Giovan Battista Toschi (1848-1934), uomo politico (fu Assessore nel suo Comune dal 1881 al 1889) e soprattutto insigne uomo di cultura, bibliofilo e archivista nel senso più ampio del termine di chi conserva le parole (verba) perché raccontano le cose (res), autore di scritti d’arte e custode delle bellezze architettoniche dei nostri luoghi: fu Ispettore per i monumenti e gli scavi d’antichità per i mandamenti di Carpineti, Castelnovo Monti, Villa Minozzo dal 1891 al 1911.

Adolfo Venturi artista, decoratore, docente di storia dell’arte presso l’Università di Roma il cui ricordo è presente nel villino che porta il suo nome.

Carlo Tincani umanista, latinista, poeta che si laureò a Bologna discutendo una tesi con Giosuè Carducci di cui si considerava e firmava discepolo.

Guido Picciardi, nato a San Cassiano nel 1876, storico, ricercatore, autore di opere fondamentali per la conoscenza dei nostri luoghi dell’appennino reggiano e modenese.

CURIOSITA’
Dagli Statuti quattrocenteschi (1803):

BECCAI: sia proibito a tutti i beccai di vendere carni porcine, sia di animali maschi che di animali femmine, carni di pecore, sia femmine che maschi senza licenza apposita, né di tenere alcuna carne morta di bestie inferme o “lacerate” da fiere selvatiche e cani, sotto pena di L. 2 di multa per ogni persona servita. Siano tenuti a vendere la carne con una buona bilancia, sotto pena di 10 soldi di multa, e non possano vendere a nessuno carne di pecora per carne di castrati sotto pena di 20 soldi.

TAVERNIERI: siano obbligati a non vendere un vino per l’altro o dire che un vino è di un luogo anziché di un altro, siano obbligati a venderlo puro, a non tenere giochi d’azzardo o da biscazziere nella taverna o nell’albergo e a non ospitare giocatori se non per dargli da mangiare e da bere, sotto pena di 2 lire di multa per ogni trasgressione. Siano obbligati a tenere e usare buone, regolarmente controllate dagli ufficiali del Comune, sotto pena di tre soldi per ogni trasgressione.